Il senso della fiaba secondo il creatore di Mad Max – Cultura & Spettacoli

(ANSA) – ROME, 21 MAG – – Une seule projection, attestée, c’est le statut du festival all’Australian George Miller qui revient à Cannes sous forme de concours pour revenir sur l’extraordinaire succès de “Mad Max : Fury Road”, capable en 2015 de spiccare da qui il volo vers ben sei Oscar. Le problème est la sua nuova fatica, TROIS MILLE ANS DE DÉSIR a cet ambizioni ma un impianto molto più pensoso e complesso. Naturellement, nous sommes confrontés à un grand spettacolo, zeppo di strabilianti effetti speciali e impreziosito da due charismatici interpreti como Tilda Swinton et Idris Elba. Ma i problemi cominciano dallo spunto iniziale, le roman raffinata d’ASByatt “Le Djinn dans l’oeil du rossignol” qu’il settantacinquenne (la stessa età du festival) a voluto sceneggiare con sua figlia, Augusta Gore, all’esordio comme autrice. L’histoire est simple et volontairement archétypale : un studio de narratologie s’est rendu à Istanbul pour un congrès dans lequel ils devaient parler de mon respect pour la vérité de l’histoire. Errant dans le bazar, il achète un ricordino, une bottiglietta qui -come da titolo- a la couleur de l’occhio dell’usignolo. Sa surprise fut grande lorsqu’il se trouva à l’abri, toglie il tappo e si trova de fronte un génie musclé della lampada, il Djinn. Comme une copie du brave génie vorrebbe soddisfare tre desideri della sua patrona, ma la bella Alithea è troppo smaliziata en matière de leggende per abboccare. Per impietosirla le génie lui raconte son rêve que da tremila anni l’obligeait à errer dans le monde rinchiuso in bottiglia. Il commence par un système narratif di scatole cinesi che avcinano et due protagonisti e sprofondano il lettore (spettatore) dans un climat de “Mille e una notte”. Alla fine Alithea si impietosisce e accetta di veder soddisfatto un desiderio. Ma sa bene che con i miti non si scherza, specie se traverseano le epoche e le civiltà. J’ai fait face à cette affaire George Miller dispiega tutte le sue doti di affabulatore per immagini. “Non c’è dubbio che avevo voglia di ritrovare la fascinazione del bambino di fronte al meraviglioso- racconta oggi -ma allo stesso tempo mi trovavo a fare i conti con il nostro stesso mestiere. In fondo chi fa cinema è semper un genio della lampada imperigionato nei suoi fantasmi e in quelli degli spettatori”. “Quand je suis revenu de moi – racconta invece un’algida e sorridente Tilda Swinton in camicia over azzurro cielo e riconoscibile per una crest bionda da gallo cedrone – George mi parlava di un film piccolo piccolo, una rifles sul mestiere e sul tempo. Mi ha Ingannata perché avec Idris ci siamo trovati au centre d’un fantastique voyage dans le temps, plus près de saisir son idée initiale : une confiance que nous continuerions à raccontarci per ritrovar l’incanto dell’infanzia.” Le problème du film est pointé à la distance entre l’ambition et le résultat : Miller n’est pas le cousin anglo-saxon qui n’existe que dans un univers culturel auquel il n’appartient pas. A lui si addicono i grandi spazi, l’elementare suggestione dei miti, un’epica primordiale cucita its misura per eroi como il Max della sua fortunata quadrilogia. “Il mio genio -confessa franchement il monumentale Idris Elba-è tutto fuorché un eroe, semmai una victima del tempo sopeso in cui è costretto a manifestsi. Vorrei avere restitue al personaggio tutta la sua impotent sofferenza”: difficile credergli when torreggia sullo schermo e ti aspetti che sia già bientôt sbaragliare i cattivi come un novello Sinbad. Lontano dal suo racconto identitario qu’à intervalles regolari gli ha porto fortuna, Miller sème vaguement spaesato. E’ un merveilleux technicien dell’imaginario, a traversé sentieri fortunati de “Babe” à “Happy Feet”, ma qui ingaggia un lotta étrange avec le raffinatezza sottile della novella originale. Vorrebbe a restauré une imposante métaphore du cinéma et de la narration, ma finisce intrapolato con le sue stesse armi. Au bout d’un moment, il apparaît dans un autre set, un cinquième chapitre de la saga Mad Max intitulé “Furiosa”. C’est son terrain naturel et farà bene pour revenir : ci sono culture e continenti como l’Australia que generano miti e fantasmi potenti, ma diversissimi da quelli della mediterranea culture in cui floriva l’ottoman pero y si narravano le storie de Sherazade. Chi l’évoque senza conoscerne la natura può generare spettacolo (et dans ce “Trois mille ans de nostalgie” fa egregiamente il suo mestiere) ma deve tenersi alla Larga da allegorie e miti che non gli appartengono. (ANSA).

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